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Info utili | Ven 13 Apr 2018

PEC: quali sanzioni? Come mettersi in regola?

Sono passati già diversi anni dall’introduzione dell’obbligo della PEC eppure sono ancora tanti i soggetti che non si sono adeguati o lo hanno fatto in maniera errata. Quali sono le sanzioni per chi non si è ancora adeguato? È possibile regolarizzarsi?
 
Il D.L. 5/2012 convertito in legge 35/2012 ha previsto che le imprese che non abbiano ancora provveduto alla comunicazione della PEC al Registro delle imprese, siano obbligate a farlo con la prima pratica presentata al Registro delle Imprese.
Il Registro delle imprese, infatti, per le società non ancora in regola, in luogo dell’irrogazione della sanzione prevista dall’articolo 2630 del Codice Civile, sospende la domanda per tre mesi, in attesa che la stessa venga integrata con l’indirizzo PEC.
 
Trascorsi i tre mesi, si applica l’articolo 2630 del Codice Civile, con l’applicazione della sanzione pecuniaria prevista. L’ufficio competente deve comunque procedere all’iscrizione dell’impresa nel Registro delle Imprese, nel rispetto del principio di pubblicità legale.
Se entro tre mesi dalla presentazione della domanda non è pervenuta la comunicazione dell’indirizzo PEC, la domanda di iscrizione al Registro delle Imprese viene respinta e viene applicata la sanzione.

Nel caso di ditta individuale, invece, se non viene indicata la PEC contestualmente alla domanda di iscrizione, in luogo della sanzione, l’ufficio del Registro delle Imprese sospende la domanda per un massimo di 45 giorni e trascorso tale periodo, la domanda si intende non presentata. La violazione per omessa iscrizione e l’eventuale sanzione pecuniaria prevista dalla legge dovrà essere contestata al legale rappresentante della società o al titolare in caso di ditta individuale.

La posta elettronica certificata è a tutti gli effetti considerata un domicilio elettronico dell’impresa e dovrà pertanto risultare attiva e rinnovata regolarmente nel tempo.

A tale scopo, il Registro delle Imprese procede periodicamente a verificare che le caselle PEC iscritte nel registro siano attive o riconducibili univocamente all’impresa e di conseguenza a cancellare d’ufficio le PEC iscritte che risultano non valide, revocate dal gestore, non riconducibili ad una sola impresa o appartenenti ad un professionista.

Qualora l’indirizzo PEC non sia più attribuibile all’impresa in quanto attribuito ad altra impresa, la Camera di Commercio invita l’impresa interessata a comunicare al Registro delle Imprese il nuovo indirizzo PEC secondo le modalità previste dalla stessa Camera di Commercio.

Se l’impresa fosse ancora attualmente titolare dell’indirizzo PEC dovrà documentare, entro il termine indicato dall’ufficio, l’effettiva titolarità della casella PEC trasmettendo copia semplice del contratto in corso di validità con il gestore che ha rilasciato la PEC.

E per le PEC inattive? In caso di PEC non più attiva, l’impresa interessata deve comunicare al Registro delle Imprese il nuovo indirizzo di posta elettronica certificata, secondo le modalità indicate dalla Camera di Commercio.

Decorso infruttuosamente il termine previsto dalla Camera di Commercio per la regolarizzazione, qualora non venga richiesta l’iscrizione del nuovo indirizzo PEC, l’ufficio del Registro delle Imprese chiederà al giudice del registro di ordinare l’iscrizione della notizia che l’indirizzo PEC attualmente iscritto per l’impresa non è valido (questa informazione risulterà nelle visure camerali).

Nel caso in cui l’indirizzo PEC risulti appartenere ad un professionista, l’impresa interessata che ha ricevuto l’invito dalla Camera di Commercio a regolarizzare tale situazione, dovrà attivare una casella PEC ad hoc e comunicare al Registro delle Imprese il nuovo indirizzo.

E chi, nonostante tutto non si regolarizza?
La mancata comunicazione al Registro delle Imprese dell’indirizzo PEC entro i termini previsti, costituisce omessa comunicazione di atti e notizie nel Registro delle Imprese e comporta l’applicazione delle sanzioni previste dall’articolo 2194 del C.C. per le ditte individuali (da 10 a 516,46 euro) e dall’articolo 2630 del C.C. per le società (da 103 a 1.032 euro).
Antonino Salvaggio – Centro Studi CGN

Fonte: QuiFinanza

 
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