RICERCA FATTURATO AZIENDE
news | Gio 22 Nov 2018

Lo spread a 300 punti mette nei guai più le imprese che le famiglie

19 novembre 2018 - (Teleborsa) Negli ultimi giorni la parola spread, e soprattutto le conseguenze dei suoi livelli, sono tornate a far parte con prepotenza del nostro vocabolario quotidiano. In tanti si sono interrogati sui possibili scenari provocati da un eventuale innalzamento sopra la cosiddetta soglia di sicurezza. A rispondere alla domanda ci ha pensato l’Ufficio Studi della CGIA che ha analizzato sia la situazione di liquidità delle imprese sia il peso dei titoli di Stato e il numero di mutui per l’acquisto della casa in capo alle nostre famiglie: con uno spread sopra i 300 punti base, nell’economia reale del nostro Paese sono più a rischio le imprese che le famiglie.
Se circa la metà delle imprese italiane (2,5 milioni) ha all’attivo poco meno di 681 miliardi di euro di prestiti bancari (impieghi vivi relativi al mese di giugno del 2018), per contro, solo il 9,3 per cento delle famiglie (pari a 2,4 milioni) ha in essere un mutuo per l’acquisto della prima casa e un altro 6,1 per cento (pari a 1,6 milioni di nuclei) detiene dei Titoli di Stato. Sulla base dei dati della Banca d’Italia(aggiornati al 31 dicembre 2017) si evince che l’ammontare dei Bot e dei Cct/Btp in possesso delle famiglie è di 300 miliardi di euro, mentre l’indebitamento per mutui collegati all’acquisto dell’abitazione ammonta a circa 340 miliardi di euro. 
 
Afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo: “E’ ovvio che con il perdurare di uno spread così elevato a farne le spese sarebbe tutto il sistema paese, in quanto il costo del debito pubblico, ad esempio, subirebbe un forte aggravio. Al netto delle banche, nell’economia reale, invece, i più esposti in termini assoluti sono gli imprenditori che si troveranno a pagare di più il denaro ricevuto in prestito dalle banche e in prospettiva avranno meno credito a disposizione, perché per gli istituti di credito sarà più difficile erogarlo. La percentuale di famiglie esposte, all’opposto, è molto contenuta, quindi gli eventuali aumenti del costo del denaro e la svalutazione dei titoli di Stato coinvolgerà un numero di famiglie abbastanza contenuto, anche se nel medio periodo la stretta creditizia
potrebbe farà diminuire l’offerta di credito e conseguentemente anche la domanda”.
 
“In questi ultimi anni – afferma il Segretario Renato Mason – è sceso enormemente il credito concesso alle imprese. Dal 2011 allo scorso mese di giugno, ad esempio, la contrazione è stata di quasi 249 miliardi.E’ vero che in parte ciò è stato dovuto anche alla diminuzione della domanda e all’aumento delle sofferenze generate dalla crisi, ma
le ragioni principali vanno imputate all’applicazione di regole e parametri di giudizio di merito sul credito imposti agli istituti di credito dalla Bce, dalla legislazione europea e italiana che si sono dimostrate
essere fuori dalla realtà e fuori dal tempo”.
 
IL RUOLO CENTRALE DELLE BANCHE – Senza banche – proseguono dalla CGIA – non si può fare economia, soprattutto in Italia. Il nostro Paese, infatti, è costituito quasi esclusivamente da piccole e micro imprese tradizionalmente sottocapitalizzate e a corto di liquidità. Il 98 per cento delle imprese, infatti, ha meno di 20 addetti. Pertanto, il ruolo degli istituti di credito rimane centrale sia per dare ossigeno all’intero sistema sia per creare le condizioni per rilanciare con forza la situazione economica che sta rallentando paurosamente. Per questo auspichiamo che gli istituti di credito tornino a fare il loro mestiere, sostenendo e rischiando assieme al mondo delle aziende, in particolar modo con quelle di piccola dimensione.

Fonte: QuiFinanza



 
news | Gio 22 Nov 2018