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Ven 13 Aprile 2018

Cosa succede quando il bike sharing fallisce


Sostenibilità
Le immagini che arrivano dalla Cina sono impressionanti: migliaia e migliaia di biciclette, tutte uguali, accatastate le une sulle altre, e lasciate a marcire in depositi dimenticati. Non si tratta di bici rubate, ma delle biciclette di società di bike sharing. E testimoniano il fallimento del servizio nel Paese.
 
Su di un piazzale di proprietà della Didi Chuxing – società di trasporti di Pechino, che ha rivelato parte di quella Bluegogo che era il terzo più grande operatore del mercato, e che è fallito alla fine del 2017 – 70.000 biciclette giacciono accatastate in attesa di una riparazione che non è mai arrivata.
 
Perché è un vero ottovolante, il bike sharing. Se in alcune città la domanda cresce sempre più, diverse aziende sono costrette a chiudere a causa della forte competizione e dell’instabilità del mercato. E non stiamo parlando di piccole aziende: Bluegogo era un vero colosso che, ad un certo punto, è letteralmente scomparso. Da Internet, dagli store di Apple e Android. E, insieme a lui, sono scomparsi anche i soldi degli utenti: qualche decina di euro per ciascuno, versata come cauzione e ora volatilizzata. 




Cosa c’è dietro al fallimento di Bluegogo? Tutto un insieme di fattori. Approdata sul mercato nel 2016, l’azienda cinese divenne subito leader nel settore del bike sharing: bastava scaricare l’applicazione sul proprio smartphone per sbloccare una bicicletta. Biciclette che erano 70.000, per un ammontare totale del capitale a rischio di 34 milioni di dollari. Decisa a conquistare anche altri mercati, Bluegogo sbarcò a Sidney e a San Francisco, ma qui fu costretta a rimuovere le sue biciclette perché di intralcio. Intanto, la concorrenza si fece spietata e l’azienda fu costretta a dichiarare bancarotta. Decretando così la fine della sua brevissima vita.

Perché c’è proprio questo alla base del fallimento di molte società di bike sharing: le città non sono pronte ad ospitare un’espansione tanto aggressiva, ci sono ancora diversi dubbi in materia di privacy e sfruttamento dei dati, i servizi sono difficili da gestire e il settore non è regolamentato. Così succede che migliaia e migliaia di biciclette finiscono per essere abbandonate. Come è successo in Cina.

E in Italia? Se nei giorni scorsi l’azienda di Hong Kong Gobee.bike ha annunciato la decisione di lasciare il Paese a seguito dei troppi atti vandalici,l’Italia rimane lo Stato europeo col più alto numero di servizi di bike sharing: 13 milioni di italiani vivono in uno dei 150 comuni in cui il servizio è disponibile. Sono però solamente 40, le città in cui si pone come un vero e proprio servizio di mobilità urbana: molti Comuni hanno deciso di lanciare il servizio di bike sharing solamente per questioni di immagine, o per aderire a bandi nazionali ed europei. E speriamo di riuscire a sfruttare gli aspetti positivi del bike-sharing e di non fare la fine della Cina.



Fonte: QuiFinanza


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