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focus | Ven 13 Lug 2018

Addio Qe: cosa succederà a spread e mutui a tasso variabile nel 2019

20 giugno 2018 - La strada è segnata, si va verso la fine del Quantitative easing, il ‘bazooka monetario‘ con cui Mario Draghi ed il suo famoso “whatever it takes” hanno fino ad ora difeso l’euro e le economie del vecchio continente. Le conseguenze potrebbero riguardare l’economia in generale, ma anche e soprattutto i mutui stipulati a tasso variabile.

Il programma era stato voluto nel 2015 da Draghi per sostenere il debito pubblico dell’Eurozona e immettere liquidità sui mercati. Attualmente la Bce compra 30 miliardi di euro al mese di bond governativi. Acquisti che potrebbero essere portati avanti fino a settembre, per poi calare progressivamente e giungere all’azzeramento a fine anno. Con la fine del Qe, l’ l’Italia dovrebbe dunque affrontare da sola gli investitori internazionali sul piano di battaglia delle aste su cui vengono collocati i nostri titoli.

Conti pubblici
Secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio sui conti pubblici, ripresi dal Sole 24 Ore: “L’anno prossimo gli investitori privati dovranno assorbire 200,9 miliardi di euro di titoli di Stato a medio e lungo termine, cioè 30,6 miliardi in più dei 170,3 di quest’anno. E questo aumento, del 18%, rimarrà tale solo a patto di rispettare alla lettera i tendenziali di finanza pubblica scritti nell’ultimo Def. Se a ritoccare il percorso interverranno nuove misure di spesa senza copertura o riduzioni di entrata, dovrà crescere anche l’impegno sul mercato. Il contrario succederebbe invece nel caso (oggi poco probabile) di un balzo della crescita in grado di spingere le entrate fiscali”.

Economia
Secondo il Direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, il ritiro degli stimoli monetari “non avrà conseguenze importanti” sull’economia italiana. “Non dobbiamo preoccuparci che il QE cessi e che la politica monetaria europea si normalizzi, perché significa che la situazione economica in Europa si è normalizzata”, ha detto. Poi, Rossi ha affrontato il tema tassi d’interesse, ricordando che “Draghi assicura che sono cauti e pronti a riprendere se necessario”, ma gli studi più recenti vedono una inversione di rotta dei tassi e questo – assicura – “non avrà conseguenze importanti sul sistema finanziario italiano”.

Debito pubblico e spread
Con la fine del Quantitative easing pian piano “uscirà dal mercato un compratore che ha acquistato grandi quantità di titoli negli ultimi anni – dice in proposito Carlo Milani, economista e direttore di Bem Research -. I tassi gradualmente aumenteranno e cresceranno gli interessi sul debito pubblico che ogni Stato dovrà ripagare”. Senza il paracadute della Banca centrale europea, disposta a comprare titoli a go-go, il pericolo di default dovrà essere ben remunerato, bisognerà spendere di più per farsi prestare soldi: “Salirà il costo per gli interessi e sicuramente ci sarà un impatto sul deficit”. Dunque spazi di manovra ridotti per i governi nazionali, coi paesi più forti che saranno inevitabilmente percepiti come meno rischiosi e potranno emettere titoli con tassi di interesse sempre meno cari. L’effetto è ovvio: si allargherà ancora di più lo spread tra le economie più deboli, come Italia e Spagna, e quelle più solide, come la Germania.

L’effetto sui mutui
L’impatto sui cittadini riguarderà anche e soprattutto mutui e prestiti, essendo i titoli di Stato un parametro di riferimento su cui i prestatori ‘calibrano’ gli interessi. La promessa di Draghi è di mantenere i tassi di interesse prossimi allo zero almeno fino all’estate del 2019. Poi potrebbe esserci “un graduale e peggiorativo cambiamento delle condizioni” per ottenere soldi dalle banche. Chi sottoscriverà nuove linee di credito vedrà i primi segnali della fine del Quantitative easing già nella seconda metà del 2019. Mentre tutti coloro che hanno già ricevuto “un prestito a tasso variabile potrebbe subire l’aumento dei costi solo dal 2020“. È salvo chi in questi anni ha concordato un prestito a tasso fisso.

Fonte: QuiFinanza
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